Feste e santuari fra sacro e popolare
Montevergine, la Madonna dell'Arco, San Gennaro, Sant'Agata, i serpari di Cocullo: cinque luoghi dove devozione e tradizione popolare non si distinguono.
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Tradizioni popolari italiane
Qui dentro trovi che cosa si dice e che cosa si fa davvero, dalla Sicilia al Friuli: il rito dell'olio nel piatto, il corno di corallo, la formula che passa la notte di Natale, le carte napoletane, i benandanti, le tarantate di Galatina. Ogni pagina dice da dove viene la notizia: una raccolta di campo, un atto d'archivio, un libro a stampa.
Scrive Letterio — vent'anni a raccogliere formule, gesti e parole nei paesi del Sud, e a confrontarli con quello che ne hanno scritto gli studiosi.
Acquario51 · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
Il piano del sito
Cinque modi di entrare nella stessa materia: le parole, gli attacchi, le formule, le carte, i luoghi.
Lessico
Sei termini che cambiano senso passando da una regione all'altra. Ciascuno ha la sua pagina.
Geografia
Alcune pratiche sono finite nei libri; altre si incontrano a una festa, in una farmacia di paese, in un santuario.
Gli atti dei processi cinquecenteschi raccontano uomini nati con la camicia che dicevano di uscire di notte a difendere i raccolti: i benandanti.
Il morso della taranta, la musica che serviva a farlo passare, la cappella di Galatina: il tarantismo e quel che ne resta oggi.
Le janas che abitano le tombe scavate nella roccia, e le cogas di cui si parlava a voce bassa.
Il corno, la smorfia, il santuario di Montevergine, la Madonna dell'Arco: feste e santuari dove il confine non è mai netto.
Fonti
Quattro libri tornano in quasi tutte le pagine. Li cito per nome, così chi vuole può controllare.
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In prima persona
Mi chiamo Letterio. Sono nato in un paese della provincia di Messina dove mia nonna segnava il fuoco di Sant'Antonio e nessuno ci trovava niente di strano. Ho passato vent'anni a raccogliere formule, gesti e parole nei paesi del Sud, e a confrontarli con quello che ne hanno scritto gli studiosi: taccuini, registrazioni, qualche fotocopia d'archivio.
Una cosa la dico subito, perché torna in ogni pagina: preferisco le fonti che danno un nome, un paese e una data a quelle che dicono «la tradizione vuole». Le raccolte di campo e gli atti dei processi si possono controllare; i manuali che girano in rete si copiano fra loro, e quando una formula compare identica in venti siti vuol dire soltanto che qualcuno l'ha scritta per primo.
E una cosa non la faccio: non prometto risultati e non scrivo procedure da eseguire. Descrivo che cosa si fa, chi lo fa e da quando: su quello posso rispondere. Su quel che funziona o non funziona, non ho nulla da vendere e non mi metto a indovinare. Per un disturbo che riguarda il corpo, il medico resta il medico.
Nell'uso corrente sì, ma le due parole non nascono insieme. «Malocchio» traduce un'idea antica e diffusa in tutto il Mediterraneo: lo sguardo che fa male, spesso senza volerlo. «Jettatura» è napoletana, si fissa nel Settecento e indica piuttosto una persona che porta sfortuna per come è fatta, non per invidia. Chi le usa oggi le scambia volentieri; chi le ha studiate le tiene distinte.
No, e i segnatori stessi di solito non lo dicono. Una segnatura è una formula recitata su una parte del corpo, trasmessa a voce e legata a un calendario preciso. Gli studi di campo la trattano come un fatto culturale: chi segna, che cosa dice, a chi può passare la formula. Per un disturbo che brucia o si estende, il medico resta il medico.
Da tre tipi di fonte, sempre citate nel testo: le raccolte di folkloristi e antropologi (de Martino, Ginzburg, Pitrè), i documenti d'archivio dei processi e delle visite pastorali, e i testi a stampa d'epoca, come la Cicalata di Nicola Valletta sulla jettatura. Quando una notizia circola solo per via orale, lo scrivo.